Il pubblico, la giuria, le compagne di squadra che fanno il tifo… è tutto sotto i tuoi occhi, ma tu sei sola, sulla pedana, aspettando di sentire l’inizio della musica. Sai che in quel minuto e mezzo ti giocherai la tua chance di vittoria e il passaggio di categoria, che tutto il lavoro fatto nei mesi precedenti potrebbe trovare il suo coronamento o essere sprecato per qualche stupido errore. Non ti devono tremare le mani né le gambe, l’attrezzo deve essere ben saldo nella tua presa, la concentrazione massima per ogni movimento, una sola perdita potrebbe fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta, devi seguire la musica ed essere espressiva. La tua allenatrice conta su di te, le tue compagne contano su di te e tu ti chiedi se sarai all’altezza delle aspettative tue e degli altri.

Questi sono solo alcuni dei pensieri che, nella mia esperienza di atleta, attraversano la mente di ogni ginnasta mentre aspetta di entrare in pedana, pensieri che, intuitivamente, si portano dietro un grosso carico emotivo. La ginnastica ritmica è, infatti, un perfetto esempio quando si tratta di capire come e quanto le emozioni possano influenzare una prestazione agonistica e perché, quindi, sia nata la psicologia dello sport.

A differenza di ciò che si può pensare, lo sport non è solo fisico, ma anche tanta testa. L’attività sportiva richiede costanza e impegno nell’allenamento, volontà di tener duro di fronte alla fatica e ai sacrifici, capacità di sopportare la pressione emotiva di una gara e dei giorni che la precedono. Con lo sport l’atleta costruisce l’immagine che ha di sé in relazione ai propri limiti e obiettivi, alle proprie motivazioni, agli avversari e al pubblico. Più riuscirà a utilizzare le proprie risorse per mettere in campo performance di livello, più ne potrà trarre un’immagine di sé come efficace, competente e di valore.

Questo processo, importantissimo nella vita di ogni sportivo, è, tuttavia, particolarmente faticoso e può sottoporre l’atleta a notevoli pressioni che, ripercuotendosi a livello fisico, ne inficiano la performance, in un circolo vizioso che può risultare pericoloso.

La psicologia applicata allo sport fornisce all’atleta strumenti che permettano di migliorare la propria prestazione, affiancando all’indispensabile allenamento fisico e al perfezionamento del gesto atletico, l’utilizzo di tecniche che lavorano sulla dimensione psicologica, per ottenere una migliore gestione delle energie e dell’emotività in una situazione di allenamento e di competizione sportiva.

Ciò su cui atleti e allenatori concordano è, infatti, che a parità di preparazione fisico-atletica la differenza è data dall’atteggiamento mentale con cui allenamento e competizione vengono vissuti. Questa differenza spiega, secondo molti, quel quid in più che hanno i veri campioni, coloro che riescono a replicare un risultato positivo e a renderlo costante.

Spesso si sente dire che la dimensione psicologica non è un aspetto allenabile o controllabile e che non ha influenza significativa sulla prestazione sportiva. In realtà, evidenze di ricerca dimostrano proprio il contrario. La concentrazione, l’autocontrollo, la conoscenza del proprio modo di pensare, sentire e comportarsi di fronte a una competizione sportiva sono tutti ambiti sui quali ci è possibile intervenire e che è possibile potenziare al fine di affrontare la gara con il miglior equilibrio psicofisico possibile.

L’ansia, tra tutte le emozioni, risulta in letteratura la peggior nemica della prestazione sportiva agonistica, in grado di influenzarne negativamente i risultati. L’ansia è uno stato emotivo che può essere percepito come spiacevole e che prepara il corpo per una minaccia, nonostante questa non sia reale o corrispondente al livello di pericolo soggettivamente percepito. Durante lo stato di ansia avviene una massiccia attivazione del sistema nervoso simpatico che provoca una serie di alterazioni fisiche, biochimiche e endocrine, le quali a loro volta contribuiscono a un precoce esaurimento delle risorse fisiche e mentali dell’atleta.

Un’altra emozione che spesso emerge negli atleti durante una competizione è la rabbia. Il voler dare tutto, e anche di più, è spesso espressione di rabbia e sfocia in un atteggiamento aggressivo che può portare a esagerare i movimenti e ad andare oltre i confini di quanto praticato in allenamento e di quelle che sono le proprie capacità tecniche e pratiche. La rabbia può essere anche espressione di frustrazione, ad esempio per un infortunio subito o per una serie di risultati negativi ottenuti nelle precedenti competizioni, o di rivalsa, nei confronti di un allenatore o di un compagno di squadra. Qualunque sia la causa, l’atleta arrabbiato si presenta alla gara con un atteggiamento poco produttivo, esito di modalità di pensiero disfunzionali.

Le emozioni disfunzionali che spesso si associano a una competizione non sono eliminabili, ma gestibili. E’ stato ampiamente dimostrato in letteratura che le tecniche di allenamento mentale permettono all’atleta di riconoscere le proprie modalità di pensiero abituali, e le emozioni ad esse collegate, rispetto a sé stesso come atleta e al significato rivestito da una competizione, e di imparare a modificarle e gestirle.

In particolare, tra gli atleti è molto diffuso il ricorso a tecniche di rilassamento e di visualizzazione, che vengono utilizzate per accrescere le risorse mentali dell’atleta, allenandolo a confrontarsi con le situazioni più critiche e aumentandone l’autocontrollo.

La capacità di raggiungere uno stato di rilassamento è fondamentale nella preparazione di ogni sportivo. Il rilassamento non coincide con uno stato di riposo, come si può pensare, ma in una normalizzazione delle funzioni vitali e, nello sport, a un loro migliore utilizzo. Permette, infatti, di creare uno stato psicofisico caratterizzato da una riduzione della tensione muscolare e da sensazioni psichiche introspettivamente percepite come benessere, serenità e tranquillità. Alcune tra le tecniche più utilizzate sono il Rilassamento Progressivo di Jacobson e il Training Autogeno di Schultz.

Le tecniche di visualizzazione, invece, sfruttano un’altra grande amica dell’atleta: l’immaginazione. Tali tecniche partono, infatti, dal presupposto che ciascuno di noi possiede questa abilità mentale estremamente potente, una grande risorsa a cui poter accedere in qualsiasi momento e luogo.

Le tecniche di visualizzazione immaginativa possono servire per raggiungere una condizione di rilassamento, anche durante una gara importante. In questo caso, la tecnica consiste nell’immaginarsi all’interno di una situazione serena e confortevole, in un luogo reale o immaginario, in cui sia possibile trovare benessere psichico. A livello pratico, è essenziale che questa scena venga immaginata il più dettagliatamente possibile. Mentre si svolge l’esercizio si deve, infatti, prestare attenzione a tutti i particolari dell’ambiente: i colori, le luci, la temperatura, il momento della giornata, i suoni, il movimento delle persone e degli oggetti, le sensazioni tattili, uditive e olfattive, e, ovviamente, le emozioni provate. In questo ambiente immaginativo l’atleta potrà tornare ogni volta che desidera calmare e rilassare la mente.

La visualizzazione può, inoltre, essere impiegata per focalizzare un obiettivo che si intende raggiungere. In particolare, è stato dimostrato che visualizzare è particolarmente utile quando ci si concentra sul processo che ci permetterà di raggiungere il nostro scopo. L’atleta, attraverso questi esercizi, può crearsi l’immagine di sé stesso mentre è impegnato a perseguire i propri traguardi, e questo lo spronerà all’azione. I passaggi fondamentali per eseguire questa tecnica sono: definire un obiettivo, immaginare il processo di raggiungimento dello stesso, immaginare sé stessi mentre si compiono queste azioni. La visualizzazione va eseguita per almeno 5 minuti più volte al giorno. Questa tecnica permette all’atleta di arrivare preparato in gara e di gestire anche gli imprevisti perché già “vissuti” nella propria mente.

In maniera molto simile, l’allenamento ideomotorio permette di esercitare specifici gesti tecnici, a livello mentale oltre che fisico, e di migliorarne l’esecuzione. Per la realizzazione di questa pratica è necessario focalizzare l’attenzione sulle singole porzioni di movimento che compongono la sequenza, dapprima concentrandosi solo sul proprio corpo, e in seguito anche sui pensieri e sulle emozioni che la accompagnano.

Spesso, i giorni prima di una competizione, passo molto tempo a immaginare la situazione di gara, arricchendola di tutti i dettagli possibili in base alle mie esperienze passate, visualizzando il momento dell’entrata e dell’esercizio, i giri, gli equilibri, i salti, i tanti maneggi e rischi. Spesso, mentre immagino, provo una forte ansia e, persino nella mia mente, sbaglio. Allora rincomincio da capo, fino a quando le emozioni sono sotto controllo e l’esercizio è come lo vorrei eseguire.

Come me molti atleti, professionisti e non, riconoscono ormai mente e corpo come facce di una stessa medaglia, entrambi imprescindibili al fine di ottenere grandi risultati.

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Francesca Adriana Boccalari